Economie del dono e reputazione: il futuro è tutta questione di reciprocità

In tempi di crisi aggravata (anche se non siamo ancora messi male come la Grecia) se la cavano meglio quelli che hanno praticato l ’economia del dono: è lo scambio gratuito fra quelli che sono allenati alla fraternità. È la migliore tecnica di sopravvivenza. La fraternità, insomma, non è una virtù della morale, è un sistema di convivenza in momenti difficili.Erri De Luca.

Ci vuole una rivoluzione
Ci vuole una rivoluzione – Mexico – YoSoy

E’ da parecchio tempo (probabilmente da quando ho letto “Gratis” di Chris Anderson) che sono affascinato dalle economie non monetarie.
Dopo aver provato a parlarne invano ai colleghi del nostro marketing (quelli che ragionano in base a formule che credono solo in risultati economici tipo “2x” “3x” “4x”), dopo aver alzato barricate ogni volta che qualcuno parla con insostenibile sicurezza del ROI dei Social Media (meglio seguire il link prima di parlare), finalmente posso dire di aver trovato una nuova leva da cui partire per lavorare sulla valorizzazione di queste dinamiche virtuose.

Ci vorrà ancora un po’ per vedere un vero cambiamento, ma noto con piacere che il concetto è sempre più presente nel mondo della decrescita e del suo variegato ecosistema. Anche l’uscita del film “Il turno di notte lo fanno le stelle” tratto dall’omonimo racconto di Erri De Luca non  potrà che fare che aumentare l’interesse per questa prospettiva.

Ecco qualche appunto sul tema che dono ai pochi casuali lettori di questo blog.

Genevieve Vaughan indica “36 passi verso l’economia del dono“. Ma sottolineerei soprattutto questo passaggio: “Il mercato in effetti crea relazioni negative che fomentano l’isolamento, la competizione, la guerra e il dominio.”
Invece nelle economie del dono “La comunità è in sostanziale equilibrio con l’ambiente esterno, con cui tende ad integrarsi armonicamente.

Cosa muove, allora, gli aderenti?
La volontà di donare, di fare del bene, di mettere a disposizione le proprie capacità e la propria esperienza in un modo che, socialmente o lavorativamente, non è possibile fare. È la soddisfazione personale e non il profitto, è la scoperta di nuovi rapporti e di relazioni disinteressate, è l’opportunità di realizzare ciò che piace anche senza avere i capitali o le porte giuste per poter intraprendere.

Scardinato l’algoritmo lavoro-guadagno-pago-pretendo possiamo finalmente iniziare a pensare a un mondo in cui la reputazione torna ad essere il riconoscimento della comunità, e come tale trasformarlo in valore iperlocale, con conseguenze devastanti per i politici, che in fondo altro non sono se non imprenditori del consenso.
A chi non sa ascoltare non resterà che stare a guardare, a chi vorrà stare al gioco toccherà “spendersi” la reputazione molto più di quanto è stato fatto fino ad ora.

Nel frattempo, lontani da occhi indiscreti, i cugini greci (in condizioni economiche molto simili alle nostre) scoprono la reciproca solidarietà, e lo fanno partendo proprio dalle grandi città, “sembra di essere tornati a tanti anni fa quando le porte del condominio erano aperte e si andava a vedere la televisione in casa dei fortunati che la possedevano.

Citazione finale per Charles EisensteinIn a gift economy the more you give, the richer you are“.

Grazie

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